NOTE BIOGRAFICHE

LA MIA STORIA, PER COSÌ DIREMassimo Don+á quan'era piccolo, tanto piccolino

Stando ad un congruo numero di testimonianze, sia orali che scritte (in primis, quella di mia madre), dovrei esser nato a Venezia il 29 ottobre del 1957, vicino al campo dei dopozzi (giù dal ponte, ai piani alti del palazzo chefaangolo) in zona CaDOro.

Quandero piccolo, non stavo mica bene, ero anche magrolino, avevo qualche allucinazione.” – inizia così una nota canzone di Giorgio Gaber (anzi, la sua versione di un noto pezzo scritto da Jacques Brel). Ecco, quandero piccolo, io, invece, me la passavo abbastanza bene con le mie fantasticherie. Non ero particolarmente magro, ma avevo anchio qualche allucinazione.

Ad esempio, amavo fingermi astronautami piaceva infatti giocare con oggetti trovati in casa (che trattavo come una sorta di inconsapevoliready made); e soprattutto mi divertiva fingere che si trattasse daltro. Amavo ad esempio prendere due sedie della sala da pranzo, metterle una sopra laltra, accatastandole in modo tale da farle stare in un, sia pur precario, equilibrio (quella sotto dritta e quella sopra rovesciata), che potessero in qualche modo assomigliare ad una sorta di abitacolo dastronave. Mi collocavo nello spazio lasciato libero dallacomposizionedelle due sedie, e mimmaginavo di partire per spazi intergalattici in perlustrazione dell’ignoto. Daltro canto, gli umani sarebbero atterrati sulla luna di a poco, e quello del viaggio spaziale era uno dei miti più potenti e seducenti (soprattutto per limmaginario infantile) di quegli anni. Nel 1969, quando Neil Armstrong posò, per primo, il piede sul suolo lunare, avevo circa 12 anni. Facevo le medie; ricordo ancora quellestate, quando, a Jesolo in vacanza con i miei, rimasi incollato davanti allo schermo televisivo, ancora in bianco e nero, per assistere a quellevento epocale.

Ecco, forse, quel sogno che coltivavo da bambino, e che tanto stimolava la mia pur giovane fantasia, si è in qualche modo avverato; beh, non in senso letterale, forse. Eppure, anche oggi la mia attività principalequella della ricerca filosoficariesce a farmi viaggiaremagari con la mente, ma in modo non meno vertiginoso.

Ogni volta che inizio a scrivere, infatti, è come se stessi partendo per un viaggio dalla meta sconosciuta, in cerca dinon so neppure io bene che cosa; eppure, credo che la sensazione sia molto simile a quella che provavo da bambino, dopo essermi collocato nel mioApollo.

Così come mi faviaggiareanche laltra mia attività, quella di musicista; e non solo perché mi fa girare in lungo e in largo per la penisola (certo, anche in questo senso!). Mi fa viaggiare, anche in questo caso, perché ogni volta che inizio un concerto con gli amici del mio gruppo, parto per unavventura senza mete precise, che ci vede impegnati a dar vita ad unesperienza estetica di cui sappiamo solo questo: che noi, in primis, e poi il pubblico, vorremmo risultasse in qualche modoeccitante.

Sì, è tutta una questione di eccitazione, forse; una questione sempre ancheerotica, dunque.

Daltronde, perché siamo spinti a fare quello che facciamo, se non per il fatto che, facendolo, avvertiamo che la vita e lesistenza in quanto tali non solo sono una serie distati di cose(per dirla con Wittgenstein), ma sempre anche un insieme complesso e contraddittorio disentimentiesensazioni?

Daltronde, quanto più ci impegniamo in unattività, anzi, quanto più lo facciamo con convinzione e consapevoli di non poterne fare a meno, tanto più siamo in cerca di sperimentare una situazione oltremodo paradossale: che indica il contrario dellattivitàdi quella che sembra appunto unesperienza attiva, voluta e scelta da noi, possibilmente in tutta libertà.

Infatti, agendo ed operando, cerchiamo ogni volta unebbrezza che solo unautenticapassione” può forse procurarci. Vogliamo cioè sentirciportati viae guidati da quello checrediamo(assai ingenuamente, mi vien da dire) di controllare e dominare in ogni caso guidati dalla nostra volontà consapevole.

Anche in altro senso, però, da piccolo amavo fantasticare.

Non ricordo affatto perché lavessi fatto, ma cè una cosa che mia madre mi ricorda spesso: un giorno dissi al mio maestro elementare (il mitico Angelo Zennaro, anche lui amante della fantasia e dellimmaginazione – non a caso ci leggeva spesso suoi racconti; storie in cui la realtà e la fantasia sembravano mescolarsi alla perfezione… come per incanto… si trattava vuoi di storie ispirate alla sua esperienza nei campi di concentramento nazisti, vuoi di avventure di pura fantasia, ambientate nellAfrica profondase non ricordo male, i protagonisti di queste ultime si chiamavano Bingo e Bongoma la memoria potrebbe anche tradirmi), dicevoun giorno dissi al maestro Zennaro che mio padre mi picchiava (lui che, poverino, non mi avrebbe mai toccato neppure con un ditoe che, lunica volta che aveva provato a darmele di santa ragionesi fa per dire!, si era fatto male lui.).

Il maestro chiamò mia madre, dopo avermi esposto in bella mostra, lasciandomi in piedidavanti ai miei compagni “comeuna sorta di eroeomartire(fate voi!), ed aver esposto il miocasoalla classe.

Forse volevo sentirmi protagonista? Già allora!? Forse volevo sentirmi come un eroe o un martire… chissà.

Forse volevofar vedereal maestro che anchio, come lui in tempo di guerra, ero stato vittima di soprusi. Peccato che lui avesse patito quello che solo chi è stato nei campi di concentramento può ‘immaginare’mentre io avevo un padre buonissimo che avrebbe dato la vita per me. Certo, un padre che aveva saputo educarmi, in modo anche rigoroso, ma che certo non era solito infierire su di me. Anzi!

Per dirla tutta, cioè per dire quanto temessi “veramentemio padre, vi basti sapere che quando era lora del suo rientro dal lavoro, correvo sul terrazzo ad aspettarlo, sbracciandomi per salutarlo; non appena vedevo la sua figura incedere sicura lungo la strada, diretto verso casa, lo chiamavo e agitavo le braccia dalla gioia come un forsennato.

Mah ! Forse si trattava solo di unaltra manifestazione del mio bisogno di fantasticare, di immaginarmi un padre severo e cattivoe vedere leffetto che fa (per dirla questa volta con Jannacci).

Ricordo poi i giochi con gli amici dellamia via Gluck(in realtà, via Garigliano, a Mestre), soprattutto le sfibranti gare a cimbali. Si trattava di tappi di bottiglia sui quali venivano applicate le foto e i nomi dei ciclisti dellepoca (Merx, Gimondi, Anquetil, etc, etc,), con i qualicorrevamolungo strade plasmate da noi per loccasione, sulle colline di terra che costeggiavano il vicolo sterrato che allora era ancora in piena periferia.

Ricordo poi quando, ai tempi della scuola media inferiore, avviate nuove amicizie (alcunepoche, sono miracolosamente salde ancora oggi), e, forse per effetto dei mutamenti ormonali oramai in corso, si cominciava a fantasticare insiemein modo non poco malizioso e soprattutto surreale.

Erano gli anni della comicità eversiva di Cochi e Renato (eversiva per i tempi, ovviamente), e ilnon-sensofuroreggiava tra noi quasi-adolescenti. Amavano inventare barzellette senza senso, che dovevano (questo ci eravamo imposti, come regola) non far assolutamente ridere.

Il nocciolo duro della compagnia, comunque, era formato da cinque ragazzetti; ci eravamo anche dati un nome collettivo: i cinque dellAve Maria. Eravamo io, Riccardo (lunico con il quale siamo rimasti in rapporto per tutti questi anniora lui è un rinomato critico darte e curatore di mostre, nonché docente allAccademia di Belle Arti di Venezia), Simeone, Fabrizio ed Andrea. Una banda di matti scapestrati, ma tutto sommato innocui.

Era lepoca dei primi festini e delle primepene damore. Erano gli anni diIts five o clockdegli Aphrodites Child, diI started a Jokedei Bee Gees o diQuesto folle sentimentodella Formula 3 (il gruppo che allora accompagnava Lucio Battisti, autore peraltro anche della canzone appena citata). Si ascoltavano queste melodie, ci si faceva incantare dai nuovi suoni che provenivano dal grande fuoco rigeneratore di Woodstock (quante fantasie intorno alle foto che le riviste giovanili proponevano dai loro inviati a Woodstock o allisola di Wightsì, lo ammetto, il mio sogno era di  diventare unhippye di poter girare con i vestiti multicolori tanto amati dai cosiddettifigli dei fiori).

Poi sarebbero iniziati gli anni del liceo, e del cosiddetto impegno politico. Le riunioni ai circoli di Avanguardia Operaia, prima, e a quelli di Lotta Continua, poi. Ma in realtà, io mi consideravo unanarchico. Non a caso, avevo disegnato anche sulla mia borsa scolastica il simbolo dellanarchia. Lo scrivevo anche nei temi, che il mio era un credo fondamentalmenteanarchico.

Al liceo, comunque, iniziarono nuove amicizie e nuove avventure; quanto mi divertivo allora, a scuola! Ricordo ancora le primemanche, come si dice dalle mie particioè le prime assenze di gruppo. Ricordo ancora quando, con altri cinque-o-sei compagni di classe, abbiamo marinato la scuola e, giunti a Venezia, siamo stati colti in fragrante dalla professoressa di filosofia, che ci habeccatiin piazzale Roma.

Nel frattempo la passione musicale faceva progressi sino a spingermi a fondare il primo vero e proprio gruppo musicale: un trio rock-blues. Eravamo iMagic Fluid. Chitarra (il sottoscritto), basso (Simeone, lamico dei tempi delle medie) e batteria (Renzo Turcato). La musica a cui ci ispiravamo era quella dei Cream e di Jimi Hendrix, ma anche il blues inglese di John Mayall.

Cominciai quindi ad apprezzare Frank Zappa, i Vanilla Fudge e i King Crimson. Ma ormai ero pronto per lincontro con lamore di una vita: il jazz. Ricordo ancora la scoperta (verso gli anni della terza liceo, credograzie ai vinili che portava a casa mia fratello più grande, Claudioora critico di jazz, discografico e animatore di importanti rassegne jazzistiche in Veneto con lAssociazione culturaleCaligola) di John Coltrane, di Ornette Coleman e di Don Cherry. Poi di Miles Davis, dei Nucleus e dei Soft Machine.

Un nuovo universo sonoro aveva cominciato ad inebriarmi. E nuovi strumenti insidiavano ormai il primato, per me fino ad allora indiscusso, della chitarra. Così iniziai a studiare la tromba, privatamente, con un maestro indicatomi da mio padre. Con lui mi costruii una preparazione adeguata; studiai solfeggio, armonia (ricordo ancora le ore spese sul manuale di armonia di Rimskij-Korsakov), e tromba, ovviamente. Uno strumento ingrato che, prima di darmi qualche soddisfazione, mi fece penare tantissimo.

Sempre verso gli ultimi anni del liceo, conobbi Davide Ragazzoni e suo cugino Furio, con i quali cominciai ad organizzare il mio primo gruppo jazz. Feroce passione per il free, e per la libertà che esso sembrava donarci (non priva di rischi, peraltro!). Ci trovavamo a casa mia ad ascoltare dischidurissimi, al limite della sopportabilità… moltissimi lp della Byg Actuel, ma soprattutto Archie Sheep, LArt Ensemble of Chicago e Cecil Taylor, oltre a Ornette Coleman e allultimo Coltrane. Unesperienza esaltante; di musica oltre la musica. Pura energia liberatoria.

Poi venne la scoperta del grandissimo Enrico Rava, quindi di Massimo Urbani, ma anche di Franco DAndra, Giorgio Gasliniinsomma, dellavanguardia italiana di quegli anni.

Quindi, verso il 1979 ebbi modo di conoscere Gaslini a Venezia, in occasione di un seminario da lui tenuto presso la Scuola di San Giovanni Evangelista. conobbi molti musicisti provenienti da tutta Italia. E con lamico e sodale del primo vero e proprio gruppo da me formato, ossia il compianto Maurizio Caldura (il gruppo, ovviamente, comprendeva anche Davide Ragazzoni) formammo iJazz Forms” – quintetto con cui eseguivamo tutto il repertorio dei classici dellhard bop (Jazz Messengers, Horace Silver, Miles Davis etc).

Gaslini ci invitò ad inscriverci al primo corso di jazz da lui tenuto al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, al termine del quale formò una Big Band di giovani musicisti. Con laSolar Big Bandgirammo quindi tutta lestate del 1982 insieme a Giorgio Albertazzi e la giovanissima Elisabetta Pozzi (ricordo ancora i pomeriggi a seguire, con Gaslini ed Albertazzi, i mitici campionati del mondo di calcio vinti quellanno dallItalia di Enzo Bearzot).

Sempre in quel periodo – era la fine dellestate del 1982 – ebbi unaltra importantissima esperienza con una ALL STARS tutta italiana, che si sarebbe esibita allinterno dellallora neonato Festival Jazz di Roccella Ionica; una formazione in cui io ero il musicista sicuramente più giovane. Mi aveva scelto Enrico Rava in persona come seconda tromba; e questo mi aveva fatto toccare il cielo con un dito! Con me ed Enrico Rava suonavano i migliori musicisti del periodo: Maurizio Giammarco, Giancarlo Schiaffini, Massimo Urbani, Danilo Terenzi, Gianni Cazzola, Paolo Damiani e Franco DAndrea).

Ormai le cose si stavano facendo serie.

Che fare della mia vita, dunque? Dedicarmi alla musica o alla filosofia? Sì, perché, nel frattempo avevo conosciuto Massimo Cacciari, che mi stava stimolando a studiare e a scrivere. Avevo capito che gli impegni di un musicista professionista sono tali da rendere alquanto improbabile, se non impossibile, seguire anche unaltra vocazionequale era ormai diventata quella filosofica.

Un anno prima mi ero laureato con Emanuele Severino, e cominciavo a sentire la pressione dovuta ad una responsabilità di cui non avrei certo potuto evitare di farmi carico. Scelsi, per varie ragioni, la filosofia, e piano piano gli impegni musicali cominciarono a diradarsi, data la mole di lavoro che mi si prospettava nel campo della filosofia. Infatti, dopo qualche altro anno di esibizioni musicali con un mio sestetto, ispirato alla nuova rivoluzione musicale operata da Miles Davis dopo il suo rientro in scena nel 1980, finii per dedicare tutto il tempo a mia disposizione alla pratica filosofica.

Ma la musica sarebbe rientrata alla grande nella mia vita, allinizio del Ventunesimo secolo. Con la filosofia avevo ormai trovato un mio equilibrio, ma la musica mi mancava. Non era stato facile rinunciarvi. Ci ero riuscito per alcuni anni (circa sette), ma ormai il richiamo era troppo forte.

Alla filosofia, cero arrivato grazie allincontro con Emanuele Severino, al secondo anno di Università. Una vera e propria folgorazione; lavevovisto con gli occhie lavevo udito con le mie orecchie… sì, avevo finalmente “capitocosa volesse direpensare. Lincontro con Severino, prima, e quello con Cacciari, poi, mi avrebbero segnato in modo indelebile. Sì, avevo trovato la mia vocazione. Anzi, forse ero stato iotrovato dalla filosofia. E pensare che, dopo il liceo, stavo per inscrivermi ad Architettura!

Il seguito è storia recente.

Certo, anche altri intellettuali avrebbero segnato, in modo non meno decisivo, la mia vicenda personale e intellettuale: primo tra tutti, Vincenzo Vitiellodi cui mi aveva parlato Cacciari come di un grandepensatoreche avrei dovuto assolutamente conoscere. E il destino mi aiutò facendomelo incontrare ad un convegno organizzato a Mestre negli anni Ottanta dal Circolo Filosofico Koinos, che avevo fondato insieme al mio ex compagno di studi universitari, Romano Gasparottiche, tra laltro, sarebbe diventato, con me, curatore dellopera emiana. Filosofo napoletano di rara potenza speculativa, Vitiello è anche persona generosa e altruista come pochea lui devo moltissimo, forse troppo. Anzi, quasi tutto!

Non poco importanti sarebbero stati comunque anche Piero Coda (teologo straordinario, dal cuore immenso, persona davvero ‘speciale’ – secondo me il più grande teologo contemporaneo), i mitici Carlo Sini e Giulio Giorello. Ma molti altri ancora, che ora non posso elencare tutti (tra cui il “grande” Roberto Esposito, Sergio Givone, Mario Perniola, Giacomo Marramao, etc. etc.).

Eccoci giunti, sia pur un po’ in fretta (ma non vorrei farla troppo lunga), al tempo presente.

Ora insegno allUniversità Vita-Salute San Raffaele di Milano; dove mi è stata assegnata la cattedra di filosofia teoretica. Qui insegno  due materie: metafisica e ontologia dellarte. E non posso che ringraziare di cuore i miei studenti, che, in tutti questi anni passati a Milano, mi hanno dato moltissimo. Tra laltro, sono stati anni in cui ho visto crescere alcuni di quelli che secondo me diventeranno gli indiscussi protagonisti della filosofia italiana nel prossimo futuro.

Al San Raffaele, comunque, sono giunto dopo aver insegnato per dodici anni nelle scuole superiori della mia città e otto anni allAccademia di Belle Arti di Venezia (i mitici anni della direzione di Toni Toniato, straordinario storico dellarte e critico militante, e oggi, anche lui, caro amico e compagno di viaggio in molte avventure intellettuali).

Massimo Donà

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